Giacomo Prevosto

 

IL PITTORE GIACOMO PREVOSTO, L’ULTIMO LAGHISTA

Una plaquette, a tiratura limitata, (150 copie) dell’editore Francesco Nastro, ricorda la figura del pittore Giacomo Prevosto che Basilio Cadoni definisce l’ultimo «laghista».
Giacomo Prevosto, come tanti altri sfollati milanesi, era riparato sulle rive del Verbano durante la guerra, dopo avervi soggiornato in precedenza come villeggiante.
 Aveva preso in affitto a Maccagno Inferiore Villa Appelius.
Una villa accogliente, contornata da un ampio giardino e all’orizzonte dalla vista rasserenante del lago e dei monti dell’altra sponda.
 A Milano aveva esordito come pittore nonché decoratore e restauratore, con un’alterna fortuna come tutti i giovani che intraprendono la via dell’arte.

LE SUE RADICI

Era nato in una famiglia benestante nel 1908 a Craveggia in Val Vigezzo, la valle dei pittori, aggiungeva sempre, quasi a giustificarsi.
 Il padre era segretario comunale e la madre una Gandolfi che apparteneva a un casato di piccoli imprenditori.
In prima gioventù Prevosto aveva studiato con un pittore vigezzino di buona reputazione, Carlo Fornara.
Probabilmente fu proprio l’impressionismo cromatico del maestro a improntare l’evoluzione pittorica dell’allievo.
 Era inoltre incline all’arte musiva.
 Ne sono un esempio i due mosaici lungo la scalinata della Madonnina a Maccagno.

LE VETRINE DEI CHECCHI

Transitata da Luino su una fragorosa motocicletta, destinazione Milano, dove settimanalmente si riforniva dei prediletti colori Rembrandt.
 Passa e ripassa, la sua attenzione si concentrò sulle vetrine del negozio Checchi, in piazza Libertà.
Quale sede più idonea poteva prestarsi come esposizione permanente delle sue opere?
I fratelli Spertini, proprietari del negozio, accettarono con l’abituale garbo la proposta del pittore che aggiungeva un tocco di raffinatezza al loro commercio.
E l’Enrico, il maggiore dei tre, si premurò di esporre in bella vista, tra ghirlande di stoffa, un quadro alla settimana.
Da quel momento per gli Spertini e per tutti il pittore Prevosto diventò il Giacomo. Si era nella seconda metà degli anni ‘50.

I PAESAGGI DI PREVOSTO

I paesaggi di Prevosto sono visioni di spiagge e lande solitarie dove l’uomo e i suoi manufatti non vengono più raffigurati, oppure sono piante scheletriche che volgono al cielo i rami scuri di mestizia e di silenzio.
 Nell’estate del 1959 torna a Luino allestendo una personale presso la biblioteca comunale.
 Finalmente ha i suoi fans, tant’è che gli sottraggono un autoritratto.
Non denuncia il furto e, compiaciuto commenta: Può darsi che sia un ammiratore a corto di denaro.

 

UN ARTISTA GENEROSO E SENSIBILE

Non è agiografico rammentare le doti di altruismo, di generosità: donatore di sangue e largitore di dipinti a qualsiasi iniziativa benefica.
Traduceva in pratica, senza esitazioni, la sua salda adesione al messaggio evangelico.
Questo spiega la spontaneità e l’intensità che ispira la sua pittura sacra al cui apice si pone la Via Crucis dipinta su marmo nella chiesa di San Francesco a Campo Morto di Siziano.

 I PRIMI ESTIMATORI

Un giorno un facoltoso imprenditore dei dintorni, che investiva parte del suo cospicuo patrimonio anche nell’acquisto di opere degli artisti emergenti, si presentò a casa di Prevosto, nel frattempo trasferitosi a Luino.
 Volle vedere tutti i suoi quadri, proprio tutti, li soppesò uno per uno ripetutamente.
Ne scelse cinque, estrasse il carnet e, dopo avergli intestato l’assegno, gli chiese la cifra da aggiungere.
Non saprei… cinque quadri… tentennò Prevosto che non aveva mai venduti tanti quadri in blocco… Faccia lei.
 L’altro scrivendo la cifra aggiunse: se è di suo gradimento bene.
 Altrimenti mi faccia una controproposta!
Prevosto prese l’assegno titubante, se lo fece scorrere sotto gli occhi e paonazzo ammutolì, impietrito dalla consistenza di una cifra che per la prima volta si ritrovava.

UNA CASA TRA CIELO E LAGO

La casa nella quale era venuto ad abitare sul lungolago facilitava la frequentazione di amici e acquirenti non più obbligati per trovarlo a recarsi in quel di Maccagno.
Accoglieva gli uni e gli altri preferibilmente dopo cena.
 Se l’interlocutore aveva qualche sensibilità alle cose dell’arte, conversava instancabilmente fino alle ore piccole, una sigaretta dopo l’altra in una caligine acre di tabacco, aromatizzata dal viavai delle tazzine di caffè.

AMBITO RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE

Nel 1968 gli pervenne l’invito di recarsi a Parigi per ricevere l’investitura di Consul de la République de Montmartre.
Tornò a Luino   raggiante per la serica fascia della dignità conferitagli assieme alla placca da apporre sull’automobile.
 Non immaginava che quello stemma accademico potesse essere scambiato per un’insegna diplomatica.
Passando la frontiera sulla sfavillante vettura, infatti, gli accadde talvolta che qualche guardia, sprovveduta in geografia politica, si irrigidisse sull’attenti con la mano sulla visiera.
 Il che lo lusingava.
Altrettanto candidamente era lusingato quando per strada o al bar veniva salutato con l’appellativo di maestro.

IL SUO TRISTE TRAMONTO

Nell’autunno del 1971 varcò la soglia dell’ospedale.
 Troppo tardi.
La notte di venerdì 15 dicembre 1971 spirò.
Scompariva un personaggio cittadino benvoluto per la sensibilità e la mitezza. Un uomo limpido e aperto come la sua pittura che rifiutava per principio deformazioni e violenze.
Era convinto che la natura e le cose hanno nella loro realtà visibile le occasioni e il vigore per penetrare nella mente e nell’anima degli osservatori.
 Era convinto che il pittore non deve intervenire sul vero, adulterandolo bensì porsi come tramite tra esso e il pubblico.
Come paesaggista, Prevosto è stato devoto a questa disvelato bellezza e alla suggestione lirica del Verbano.
Per questo può essere considerato l’ultimo dei laghisti.

Fonte: GIACOMO PREVOSTO, il pittore, l’uomo, a cura di Basilio Cadoni, Francesco Nastro Editore.

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