IL CATASTO TERESIANO
Il governo austriaco, a partire dal 1720, pose mano ad un’impresa colossale: il Catasto Teresiano, uno spaccato sulle proprietà, le colture, la loro dislocazione sul territorio, ecc.
Il lavoro, affidato dalla Real Giunta a commissari appartenenti alla burocrazia statale, fu lungo e meticoloso.
L’indagine, condotta con estremo rigore, coinvolse podestà, consoli e sindaci i quali, combattuti tra la necessità di fornire informazioni attendibili e veritiere e l’esigenza di salvaguardare le proprie comunità dal rapace fiscalismo imperiale, ci hanno comunque lasciato una testimonianza significativa della realtà del loro tempo.
I questionari a cui dovettero rispondere, regolarmente sottoscritti col signum crucis trattandosi di analfabeti, sono definiti processi per le tavole.
IL COMUNE DI COLMEGNA E IL COMUNETTO DI CASNEDA
Anche i rappresentanti del comune di Colmegna e del comunetto di Casneda furono sottoposti ad una sequela di domande incalzanti.
Ne emerge un quadro di miseria più contigua ad un regime di stretta sopravvivenza che ad una dignitosa povertà.
Il cancelliere Carlo Rosinoto, il 2 gennaio 1751, concludeva la sua relazione con questo amaro rilievo: “Si rapresenta essere questa comunità di Colmegna e questo comuneto di Casneda paessi di fatiche e di poco frutto e molti agravati di carichi e per ciò quassi spopolati onde implorano solievo”.
OBIETTIVO PUNTATO SUL COMUNETTO DI CASNEDA TENACEMENTE ABBARBICATO ALLA SUA INDIPENDENZA
Ma è sul comunetto di Casneda che vorremmo brevemente soffermarci.
Infatti, già dal 1708, i fratelli Casnedi avevano fatto ricorso alla “Commissaria Generalle” ed al Magistrato per disaggregare i loro beni e uomini dalla comunità di Colmegna.
Forse erano gli eredi di una nobile prosapia che aveva lasciato imponenti vestigia di un passato glorioso.
Ne riferisce nel 1789 anche il pittore e incisore svizzero Johann Heinrich Meyer a conclusione di un suo avventuroso viaggio da Maccagno a Luino, quando, giunto a destinazione, poté ammirare, “lontano, verso Maccagno, sulla romantica altura, il castello di Colmegna”.
Si sarà trattato probabilmente di Casa Casneda o del vicino Cassinone. Sta di fatto che quelli di Casneda non volevano sentir parlare di una loro possibile riaggregazione al comune di Colmegna.
DEVOTI PERO’ ALLA LORO SANTA CATERINA

Tuttavia, da un punto di vista religioso, essi non misero mai in discussione gli impegni assunti nei confronti della cappellania di S. Caterina.
Ogni anno, “per cadun focho e che sono tre” pagavano al signor curato il suo salario di lire 3, per il vino del Passio, lire 2, per il salario al “monico”, lire una, per il “votto del pane”, lire 2.
Ed è questa tradizione antica che ci fa risalire lungo i percorsi del tempo quando, probabilmente, in seguito ad uno scampato pericolo o ad una calamità impressa in modo indelebile nella memoria collettiva, tutta la comunità si vincolò perennemente ad un voto che nessuno osò mai infrangere, forse per esorcizzare oscuri pericoli sempre incombenti.
Se ne trova traccia nelle Ordinationes del 1578 a seguito della visita pastorale a Colmegna di Monsignor Taruggi, delegato di S. Carlo: “La comunità perseveri nell’osservanza del voto da distribuire ogni anno nel giorno di santa Caterina una elemosina alla quale si contribuisce cinque lire ed una quarta di pane per fuoco, et quelli che hanno mancato si costringhino alla sattisfatione ed alla perseveranza”.
Verosimilmente il pane veniva distribuito ai poveri che partecipavano alla grande festa patronale, come segno di ospitalità e di condivisione della loro indigenza. Solidarietà tra derelitti?
Forse.
Anche noi, figli del benessere e del consumismo imperante, abbiamo molto da imparare.


