la Gazza

La Berta

Era stata catapultata fuori dal nido ancora implume. 
Gli altri occupanti avevano sgomitato per piazzarsi in prima fila durante i frequenti pasti quotidiani, così lei era rimasta la più debole e non era stato difficile defenestrarla: un convitato in meno, un pasto in più da suddividere tra gli altri commensali.

La dura legge della sopravvivenza.

Sarebbe senz’altro miseramente perita se mia sorella Maria non l’avesse raccolta e contro ogni speranza non l’avesse nutrita con amore materno fino a quando non fu in grado di raggiungere un minimo di autonomia.
 Come avesse fatto, non lo so.
Con un intruglio di cui nessuno conosceva gli ingredienti, ad intervalli regolari, durante il giorno placava l’insaziabile voracità del pennuto.
 Per mia sorella la gazza era la Berta e Berta rimase per i 18 anni che visse con noi.
Seguendo i suggerimenti di un vecchio cacciatore, l’aveva poi sottoposta ad un mini intervento chirurgico, consistente nel taglio del frenulo sublinguale.
 Con questo accorgimento, ne era certa, la Berta avrebbe incominciato a parlare né più né meno di un pappagallo.
Tutti in famiglia erano un po’ scettici, le amiche la sbeffeggiavano.
L’Eleonora, una formosa balena targata Svizzera non perse l’occasione per sentenziare che si trattava di una bufala colossale: lei lo sapeva bene perché era figlia di un famoso etologo che di ornitologia se ne intendeva e come!
Nelle lunghe serate di bridge in casa dell’ingegner Prandini, l’argomento divenne occasione di grasse risate.
 «Che vuoi che ne capisca una povera contadinotta di argomenti del genere», fu il commento divertito della signora Dedè, una specie di nobildonna d’altri tempi, con la puzza sotto il naso, per quei quattro soldi di cui disponeva non certo per merito della sua illustre casata. 
 Ma i fatti diedero ragione a mia sorella: la Berta divenne un bioregistratore ad alta fedeltà.
Ne fu una prova eloquente la replicazione dei miei strilli infantili, delle mie stizze, dei miei capricci e la voce di mio fratello che scandiva con accento censorio il mio nome «Milo!».
Mia sorella per intimorirmi minacciava di chiamare il magnano e la Berta registrò con impeccabile rigore anche questa intimidazione.
Collocata in un’ampia gabbia all’esterno, sopra il lavatoio, era ormai diventata un membro illustre della famiglia, additata come fenomeno da baraccone a parenti ed amici che venivano a farci visita.

 La fuga

Un giorno però, mentre mia madre la accudiva per rifornirla di acqua e di cibo, la Berta, approfittando di un momento di disattenzione, uscita dalla gabbia, prese il volo e libera e felice si librò nell’aria, dirigendosi verso un frutteto sottostante.
Non vi sto a descrivere lo stato di disperazione in cui piombarono la mamma, mia sorella e mio fratello.
Io, tutto sommato, mi sentivo di solidarizzare con la povera Berta che trascorreva i suoi giorni racchiusa tra le sbarre di un carcere, ancorché nutrita e riverita.
 Non la pensavano così gli altri.
 Mia madre, conoscendo i gusti della sua protetta, la rincorse lungo gli stretti sentieri e chiamandola e richiamandola con i vezzeggiativi più accattivanti, le mostrava un quadratino di cioccolato di cui la Berta era ghiottissima.
 La golosità ebbe il sopravvento sul desiderio di libertà come accade spesso tra gli uomini.
 Si posò quindi sulla mano di mia mamma che la riportò felice nella sua dorata prigione.
 Ma il bello capitò una domenica pomeriggio, mentre ci trovavamo in visita agli zii.
La mamma era una figura di riferimento di assoluta fiducia per i villeggianti che trascorrevano i weekend nelle loro case di campagna.
 Prima di ritornare in città, a lei riconsegnavano le chiavi delle loro abitazioni.
 Gli addetti alla rilevazione dei consumi elettricità sapevano a chi rivolgersi.
 Qualche volta doveva sobbarcarsi interventi di emergenza in occasione di temporali, grandinate o nevicate. Anche in quel tardo pomeriggio, il signor Colombo, in anticipo sull’orario consueto, si era diretto verso casa nostra.
Era salito come al solito dalla scala esterna ed aveva bussato ripetutamente alla porta.
Nessuno.
Un po’ contrariato, ritornò sui suoi passi, ma appena varcata la soglia del cancello, udì distintamente una voce di bambino che chiamava «Milo!».
Beh, allora, pensò tra sé e sé, qualcuno doveva pur esserci.
 Fece dietro front e bussò ancora una volta energicamente alla porta.
Assoluto silenzio.
La vicenda sembrava tingersi di giallo.

La sorpresa

Il signor Colombo incominciò a lambiccarsi il cervello per sciogliere quel penoso intrico di supposizioni. Pensò che mia madre non volesse più accollarsi il delicato incarico o che magari pretendesse di essere adeguatamente remunerata.
 Ma allora, perché non dirlo?
Non gli sembrava il caso di imbastire una messinscena così sgradevole.
D’altra parte lui si era sempre comportato con estrema correttezza e in occasione delle feste natalizie non aveva lesinato laute mance ai bambini, senza peraltro dimenticare un dono graditissimo alla mamma: il classico panettone Motta.
E poi quegli sberleffi dietro le quinte non gli andavano per nulla a genio.
Avrebbe preferito un confronto schietto e sincero.
 Non era certo quello il modo migliore di educare i figli.
Strano perché non aveva mai avuto sentore di comportamenti scorretti da parte di nessuno.
 Scese per l’ultima volta le scale e si accovacciò in attesa di cogliere sul fatto gli impertinenti ragazzacci, deciso ad impartire loro e a tutta la famiglia una lezione magistrale di bon ton.
 Le chiassose grida ripresero e il signor Colombo, strisciando rasente il muro, si avvicinò quatto quatto alla casa e con sua grande meraviglia dovette accorgersi, suo malgrado, che gli strilli provenivano dalla gabbia della gazza.
Non vista, la Berta era, infatti, solita intonare le sue interminabili litanie.
 Il signor Colombo rimase con la bocca aperta a contemplare quello scaltro volatile che si era preso gioco di lui e si allontanò divertito e sollevato, rammaricato per aver lasciato briglia sciolta a delle supposizioni inconsistenti.

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